Casa delle Donne Bologna e Non una Di Meno, insieme ai Centri Antiviolenza del Territorio e alle associazioni femministe e alle realtà di donne e persone LGBTQIA+, rilanciano la mobilitazione promossa dalla rete D.I.RE per il 15 febbraio a Bologna. Ci troveremo in Piazza 8 Agosto alle 15.00 per ribadire con ancora più forza che solo Sì è Sì, e senza consenso è stupro!
La violenza sessuale è un fenomeno strutturale, legato ai rapporti di potere che attraversano la società, le relazioni e la sessualità. La cultura dello stupro si nutre di: miti, stereotipi e rappresentazioni distorte del consenso che rendono tollerabili comportamenti coercitivi e influenzano profondamente le pratiche giudiziarie.
La Convenzione di Istanbul definisce la violenza sessuale come qualsiasi atto sessuale compiuto senza consenso e molti sono i Paesi europei che hanno adeguato le proprie leggi in questa direzione. La proposta di riscrittura del DDL Bongiorno elimina ogni riferimento al consenso e propone la dicitura “contro la volontà”, compiendo una scelta politica chiara: smentisce il percorso parlamentare avviato per il superamento del vigente modello coercitivo e riporta indietro la tutela delle donne e delle persone LGBTQIA+.
La violenza ci colpisce in modo diverso, per le donne migranti, la possibilità di esprimere il consenso dipende anche dal possesso o l’assenza di un permesso di soggiorno, soprattutto quando questo è vincolato ad un ricongiungimento familiare o un contratto precario. Opporsi al DDL Bongiorno significa lottare anche contro lo sfruttamento, il razzismo, la violenza istituzionale e le guerre.
Questo Emendamento significa ritornare a chiedere alle donne di resistere e portare su di sé i segni della violenza fino a mettere a rischio la propria vita. L’emendamento Bongiorno è la traduzione giuridica in ottica punitiva di una visione del mondo patriarcale. Ed è perfettamente coerente con altre scelte del governo Meloni, dalla limitazione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, alla promozione di una narrazione moralista della famiglia, fino all’uso strumentale del termine «femminicidio», isolato dal suo contesto sociale e ridotto a fatto individuale, psicologico o criminale, ma mai politico.
Il rischio concreto è evidente: alle donne e alle persone LGBTQIA+ verrà chiesto di dimostrare di non aver provocato, cercato o favorito la violenza, avvalorando pratiche di vittimizzazione secondaria che i Centri, i movimenti e lə avvocatə femministə denunciano dai tempi di “Processo per Stupro”.
Chi opera ogni giorno nei Centri Antiviolenza lo sa: i percorsi giudiziari sono lunghi e dolorosi.
La vittimizzazione secondaria è largamente diusa, anche tra le persone giovani, le denunce sono pochissime, molte vengono archiviate o non arrivano a processo. Questa proposta aggraverebbe una situazione già critica, rendendo ancora più difficile raccontare la violenza e ottenere giustizia.
Ognunə di noi ha diritto di sopravvivere anche senza opporsi fisicamente. Ognunə di noi risponde all’aggressione sessuale con strategie differenti che rispondono alla necessità di sopravvivenza a un pericolo per la nostra vita: giudicare le persone che hanno subito violenza per non essersi opposte fisicamente significa non comprendere le dinamiche di potere e controllo sui nostri corpi e confondere questo con il consenso.