Mito e culto grande Dea

2000 – IL MITO E IL CULTO DELLA GRANDE DEA, NELL’EUROPA NEOPOLITICA: PER RISCRIVERE LA STORIA

Da molti anni, assistiamo ad un crescente interesse di studiose/i per la nostra preistoria e in particolare per i manufatti simbolici e gli oggetti di culto provenienti da siti del Neolitico Antico. Esistono, infatti, da qualche tempo studi e ricerche, che hanno portato ad un riesame delle teorie archeologiche dell’epoca e alla formulazione di visioni generali e che vanno progressivamente affermandosi.

Marija Gimbutas di origine lituana, docente di archeologia dell’Europa orientale (1950) e poi di Etnologia presso l’Università di Harvard (1962), ha insegnato più tardi all’Università di California a Los Angeles, curando anche la Sezione Archeologica riservata al Mondo Antico presso il Cultural History Museum della stessa Università (è morta nel 1994), ha individuato con i suoi studi sulla preistoria europea, una prospettiva che cambia completamente il modo di pensare alle nostre origini e che ha grandi implicazioni per le donne.

La Gimbutas ha usato un metodo di ricerca interdisciplinare affiancando l’archeologia descrittiva alla mitologia comparata, il folclore e l’etnografia storica alla linguistica e alle prime fonti storiche. Un sistema complesso di studi che ha chiamato: Archeomitologia.

Fin dal 1974 ha iniziato ad analizzare i manufatti del Neolitico europeo, ad elaborare un glossario di motivi figurativi e, sulla base della classificazione dei segni (una forma di metalinguaggio), è riuscita ad interpretare la mitologia di un’epoca che non sarebbe stata possibile documentare altrimenti.

I manufatti analizzati sono stati datati utilizzando le più moderne tecniche come il radiocarbonio o carbonio 14 e la dendrocronologia basata sul numero degli anelli dei tronchi d’albero.

Il lavoro della Gimbutas apre prospettive sia sul piano metodologico che sul piano teorico e su quello storico, e rivoluziona a tal punto la visione delle antiche relazioni tra i sessi, da rendere necessaria un’ulteriore descrizione delle sue scoperte.

Il problema del significato dei segni e delle raffigurazioni, che si ripetono con sorprendente costanza su oggetti e ceramiche dipinte nel Neolitico europeo, e che sono presenti anche su manufatti del Paleolitico superiore, si era imposto come prioritario alla Gimbutas. La sua ipotesi era che non potevano essere considerati (secondo l’opinione corrente nel mondo della ricerca archeologica) “motivi geometrici”, e che invece la loro persistenza faceva pensare piuttosto ad una sorta di “alfabeto del metafisico”.

Attraverso poi studi di linguistica aveva trovato un’incredibile somiglianza tra questa “scrittura sacra”, e il lineare A usato a Creta nel secondo millennio a.c., e che non è stato decifrato, e l’antico cipriota, usato in età classica per trascrivere il greco.

Le sue osservazioni sistematiche in Medio Oriente, nell’Europa sud-orientale, nell’area mediterranea e nell’Europa centrale, occidentale e settentrionale indicavano la diffusione della religione di una stessa Dea in tutte queste regioni, insomma un sistema compatto e persistente, come lei stessa riferisce nell’introduzione a “The Language of the Goddes della Dea”, il libro che raccoglie i risultati di dieci anni di ricerca (1975 – 1985).

…..“Documenti storici, miti e rituali dimostrano che buona parte di questa grande cultura artistica ha permeato l’antica Grecia, l’Etruria e altre parti d’Europa”.

E afferma ancora la Gimbutas che, nel corso dei millenni, in tempi storici e addirittura nel presente, si sono conservati, presso popolazioni agricole, credenze e riti che affondano nella preistoria e che riguardano la sterilità e la fertilità, il timore di distruzione dei raccolti e la minaccia per la propria vita.

Le antiche credenze furono trasmesse oralmente da nonne e mamme delle famiglie contadine europee, sottraendole in questo moto alla irrimediabile cancellazione dovuta al processo di sovrapposizione dei miti indoeuropei prima e di quelli cristiani poi.

L’interpretazione della Gimbutas per una così lunga e ostinata fedeltà è che:

…..“La religione incentrata sulla Dea esisteva molto prima di quelle indoeuropea e cristiana (che rappresentano un periodo relativamente breve nella storia dell’umanità), e ha lasciato un’impronta indelebile nella psiche occidentale”.

La Dea nel Neolitico, continua la Gimbutas, si autogenerava e aveva funzioni e forme molteplici. Era quindi rappresentata di volta in volta nella posizione del parto, come donna incinta e nuda, come donna-uccello con seni e grandi glutei ed ancora come un nudo rigido (osso).

Ma le stesse rappresentazioni, con gli stessi simboli, come vulve, seni, chevron, zig-zag e meandri si ritrovano sulle prime sculture datate attorno al 25.000 a.C.

Il tema centrale di questa simbologia è il mistero non solo della nascita e della morte e il rinnovamento della vita umana, ma anche di tutta la terra e dello intero cosmo.

La visione del mondo che ha prodotto tali immagini era espressione di una società certamente non perfetta, ma egualitaria e meno violenta (basta osservare le tombe di uomini e donne nei siti archeologici del neolitico, l’assenza di armi e simboli guerreschi, la mancanza di fortificazioni nelle città).

Mentre nel mondo pastorale indoeuropeo la violenza, l’umiliazione del corpo femminile e lo stupro erano di norma.

L’ANTICA EUROPA E L’ANATOLIA, COME LA CRETA MINOICA ERANO UNA “GILANIA”

(Gimbutas, “Il linguaggio della Dea”, introd., pag/21)

Il termine “gilania” usato dalla archeologa è preso in prestito da Riana Eisler che lo propone nel suo libro The Chalice and The Blade del 1987 e che nasce dalla seguente fusione: gy- da donna, an- da andros uomo, e la 1 in mezzo come legame tra le due parti dell’umanità, per indicare una struttura sociale caratterizzata dall’eguaglianza tra i due sessi.

Ma tra il VII e VI millennio a.c., un’altra cultura neolitica assai diversa, emergeva nel bacino del Volga, nella Russia meridionale: la cultura “Kurgan” (che in russo vuol dire tumulo e che si riferisce alle modalità di sepoltura), in cui si addomesticava il cavallo e si producevano armi.

Questa nuova cultura cambiò il corso della preistoria europea.

Le caratteristiche della cultura Kurgan erano: il patriarcato, la patrilinearità, un’agricoltura ridotta, la pastorizia e l’addomesticamento del cavallo, almeno a partire dal Vi millennio, e ancora la fabbricazione di armi.

Questa cultura, definita dalla studiosa “proto-indoeuropea” sulla base di studi linguistici e di mitologia comparata, è all’opposto della cultura “gilanica”, pacifica, sedentaria della Antica Europa, che è invece caratterizzata da un’agricoltura molto avanzata e che presenta uno sviluppo sorprendente nel campo dell’architettura, della scultura e della ceramica.

Tra il 4300 e il 2800 a.c. le incursioni dei Kurgan provocano la fine della “Civiltà dell’Antica Europa”, gilanica e matrilineare: aveva inizio il patriarcato.

L’importanza di una tale scoperta archeologica che investe la storia delle nostre origini, ha delle profonde implicazioni sul piano concettuale. Presuppone, infatti, una visione non unilineare dello sviluppo dell’Umanità, presentandolo quindi come uno dei sistemi culturali, che pur imponendosi all’inizio della Storia, non rappresenta l’unico modello di struttura sociale possibile né il migliore.

E qui veniamo all’aspetto più propriamente politico.

Gli eventi determinarono una radicale trasformazione dei rapporti tra i due generi, che si basarono da quel momento, anche se con maggiori o minori ritardi, sulla secondarietà delle donne, ancora oggi spacciata dal sistema patriarcale per dato naturale.

Ci furono in seguito movimenti che proposero una struttura sociale diversa, dove la promiscuità non fosse condannata e dove le donne non fossero escluse dalla vita pubblica e dall’amministrazione del culto. Parliamo delle baccanti, degli gnostici, delle streghe. Furono tutti distrutti con la massima ferocia, ma anche con il massimo della diplomazia.

Ad esempio la strega è diventata l’innocua Befana, le celebrazioni dei momenti in cui la natura si trasforma sono diventati prima feste pagane, poi cristiane, gli antichi riti propiziatori alla fertilità, privati del senso del sacro, si sono ridotti a vuote superstizioni.

Qualcosa rimane dunque, anche nell’amore, come ci ricorda R. Eisler in “il piacere è sacro, Mito del sesso come purificazione” dove gli ingredienti, musica, fiori, vino e candele, sono gli stessi di qualsiasi rito sacro.

Molti studiosi s’interrogarono sulla struttura della famiglia, della società: Morgan, Engels, Bachofen, Malinowsky, per citarne alcuni. Ma le loro ipotesi, da inquadrare nel contesto storico ottocentesco, profondamente influenzato dalla teoria dell’Evoluzione di Darwin, sono oggi decisamente superate.

Graves proprio nei miti greci riuscì a leggere la storia di questo grande cambiamento che vedeva le tribù ariane portatrici del carro da guerra e della trinità maschile (Indra, Mitra e Varuna) invadere e sottomettere le popolazioni europee che adoravano la Luna nelle sue tre fasi e che vivevano in pace.

Emblematica è poi la nascita dell’Olimpo. Zeus per sedurre Era si trasforma in un cuculo infreddolito, ma appena lei impietosita lo raccoglie in grembo per riscaldarlo, questo riassume le sue sembianza autentiche e la stupra.

Anche nella mitologia del Medio Oriente la Dea Ninlil è stuprata dal feroce Dio Enlil. Invece a Cancan l’amata Dea Ishtar è trasformata in una divinità della guerra e in genere si ricorre all’espediente di ridurre la Dea al rango di sposa in un ruolo subalterno.

E’ ovvio che il fine sociale di questi nuovi miti era di simboleggiare l’affermazione del predominio maschile.

Ma se le condizioni generali mutarono allora all’insegna della violenza, potrebbero cambiare ancora oggi e in modo pacifico. Si può dunque pensare che (nel nuovo millennio?) si possano creare le condizioni per ristabilire un sistema gilanico e non di dominanza.

Ipotesi possibile, ma non scontata e sulla quale bisogna lavorare, a quanto afferma la Riane Eisler, presentando la teoria della trasformazione culturale, la più radicale applicazione di genere della Teoria del caos (nome indicato per l’insieme di teorie scientifiche cui hanno lavorato il premio Nobel Ilya Prigogine, Isabel Stengers per la chimica, Maturana e Varela per la biologia, Shaw e Feigenbaum per la fisica).

Così scrive l’autrice nel suo libro “Il calice e la spada”:

…..“La nuova consapevolezza che la civiltà è molto più antica e diffusa di quanto non si ritenesse in precedenza, sta comprensibilmente producendo una quantità di nuovi scritti da parte di studiosi, con un intenso riesame delle teorie archeologiche del passato”…

Infatti, studiosi, che stanno operando una profonda trasformazione delle scienze e del sapere contemporaneo, hanno assunto il punto di vista di autrici quali la Gimbutas, la Eisler e altre, (vedi G. Bocchi, M. Ceruti, A. Montuosi, Mellaart, equipe del Prof. Cavalli-Sforza, Piazza, Demeo, per citare solo alcune delle più significative figure di filosofi, scienziati, biologi, archeologi, professori di genetica, geografi e antropologi.

Ma anche il pensiero femminile e il lavoro di storiche, antropologhe, filologhe, studiose della trasmissione orale, psicanaliste e cantastorie hanno creato le premesse per individuare un percorso ed un approccio diverso alla storia di tutta l’umanità formata da uomini e donne.

Per questo femministe, studiose/i e alcune fondazioni hanno seguito e sostenuto la lunga fatica della Gimbutas, riconoscendo il valore scientifico della sua opera al punto che Joseph Campbell, nella prefazione operata dalla Gimbutas, al glossario di segni geroglifici fatta da Jean-François Champollion, nel decifrare la Stele di Rosetta e utilizzata come chiave di lettura del pensiero religioso egizio del 3200 a.c.

E così scrivono Bocchi e Ceruti in “Origini di Storie

…..“La storia della nostra civiltà non ebbe prima di sé e dietro di sé una pre-istoria. La nostra storia porta l’impronta d’altre storie, dalle trame altrettanto intricate e altrettanto coerenti. E’ nata dalla fine di storie e dall’origine di nuove storie. E’ nata dall’occultamento e dall’annientamento di civiltà materiali e da paesaggi mentali che, un tempo, avevano regolato la vita quotidiana degli uomini e delle donne. Nasconde anche la memoria, e spesso la nostalgia di quelle civiltà e di quei paesaggi”…

Proviamo allora a scrivere a Bologna e all’inizio del nuovo millennio le prime parole di un nuovo libro di storia.

 

Armonie – Titolare del progetto

Milli Violante – Ideatrice e coordinatrice del progetto

Dicembre 1999